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A TEMA I PROBLEMI STRUTTURALI

Ritorno al futuro

Siamo tornati agli anni ’70 quando governavano immutabilmente la DC e Confindustria e le Procure non si azzardavano a a perseguire i reati dei colletti bianchi.

Ancora irrisolti i problemi strutturali

Scelgo uno tra i tantissimi di questi indicatori ritenendoli più espressivi delle cose che poi voglio dire: grande impresa, aziende sopra i 200 addetti, quota di occupati in aziende sopra i 200 addetti siamo alla metà rispetto all’Unione Europea, numero di quote occupati in imprese sopra i 500 addetti siamo a 1/3 della dimensione europea e negli ultimi 30 anni la cosa si è aggravata a rotta di collo.

Questo dato riduce a una pura tautologia tutto il resto di cui si parla e cioè che siamo usciti da alcuni settori cruciali, la chimica, dall’auto, la riduzione a poco del nostro ruolo nella ricerca e sviluppo, la scarsa presenza in settori di significato tecnologico, la bilancia tecnologica negativa, la scarsità o l’assenza di leadership in grandi settori a livello mondiale, la scarsità o l’assenza di accordi internazionali.

Su questo ancora gravano irrisolti i deficit storici:

  1. deficit di legalità

  1. guardare le sentenze contraddittorie della Cassazione e quelle della Corte Costituzionale che spesso opera in danno dei cittadini a favore dei provvedimenti per esigenze di cassa dello Stato (vedi mancati adeguamenti pensioni);

  2. vedere come si svolgono le nomine ai vertici di Cassazione, Corte Costituzionale e Procure;

  3. i tempi per giungere a conclusione di qualunque procedimento sia civile, sia penale;

  1. deficit di accessibilità lato sensu

  1. una politica per il territorio, perché sul territorio si gioca la riproduzione di una cultura del lavoro, al concreto del rapporto scuola-impresa, investimenti sulla ricerca applicata, organizzazione di servizi materiali e immateriali, i fondamentali accessi infrastrutturali;

  2. riorientamento degli interventi pubblici e delle incentivazioni su nuove iniziative in settori non tradizionali o di specializzazione.

Noi dobbiamo cercare di puntare a favorire la pervasività delle tecnologie per incrementare la produttività, affrontare sfide ambientali, Johannesburg, Kyoto, di quel che viene definito “Sviluppo sostenibile” a fronte del quale sappiamo esistere una piattaforma di modernizzazione tecnologica e organizzativa di enorme significato;

  1. deficit di capitale umano

  1. la nostra quota di popolazione con istruzione superiore è la metà di quella europea per quel che riguarda i laureati, per i diplomati siamo sotto di sette punti; gli occupati nei servizi: abbiamo quattro punti in meno e fanno gran parte della differenza che noi abbiamo sul dato della base occupazionale; divario territoriale nord-sud:

  1. deficit di autonomia dell’esecutivo rispetto alle grandi lobby bancarie e industriali

  1. banche: è di nuovo legale l’anatocismo;

  2. ridotti i tempi per recuperare gli immobili da parte delle banche e solo per loro;

  3. sconto fiscale ai grandi gruppi;

  4. fusione BMP e Banco in spregio al parere di BCE;

  5. questione finanziaria: i fondi pensione da noi pesano per il 2% del PIL, in Europa il 40%, le assicurazioni il 17%, in Europa il 36%, le obbligazioni emesse dal privato 37% noi, 49% in Europa, capitali di rischio, metà della media Unione Europea.

  1. eccesso di burocrazia

  1. graviil paese continua ad essere dominato da una burocrazia ossessiva che oppone divieto, permessi, licenze a chiunque voglia darsi da fare

  2. gli indicatori economici e sociali non volgono al bello e segnalano che l’Italia non cresce a ragione delle riforme promesse e non fatte puntando sull’uguaglianza sociale invece che sulla libertà dimenticando che senza libertà, senza autonomia della società civile da quella politica non c’è neppure giustizia civile.

  1. eccesso di carico fiscale

  1. total tax rate 65,80% sideralmente distante dalla media europea al 40,60%;

  2. di recente la casta dei giudici ha sentenziato: si evade per sopravvivere;

  3. non si possono tagliare le tasse in deficit perché così facendo famiglie non spendono e imprese non investono consapevoli che altre tasse verranno imposte per ripagare il debito pubblico a “babbo morto”;

  4. è immorale e comunque sbagliato indebitare le generazioni future per consumate di più nel presente.

7. grave e incolmabili scoperture del welfare previdenziale e sanitario

Dopo quanto premesso ci sarebbe un lungo elenco di altri rilievi riguardo politiche economico sociali tendenti a risultati d’immagine, come se si volesse svalutare il sistema non potendo svalutare la moneta:

– norme che regolano l’impresa;

– rottura del patto riguardo la certezza del diritto, della pax fiscale con inammissibili “patteggiamenti” fiscali con le grandi banche e i grandi interessi;

– regole di mercato abbandonate, blocco delle liberalizzazioni, rapporto fra Stato ed economia che ripiega verso forme statalistiche.

Da sempre.

Si può ripartire dal quel che rappresenta il 92% del PIL?

La piccola impresa, cuore pulsante del paese e capitale morale dello stesso.

Condensiamo le proposte in nove punti.

Primo, bisogna partire attorno ai temi produttivi.

Bisogna partire dai meccanismi di produzione sociale – e non credo che sia l’inverso – che possono incidere direttamente sull’evoluzione dell’apparato produttivo e dei servizi.

Parliamo, appunto, di riforma della scuola in senso universalistico, di formazione permanente, dei sistemi di welfare e di tutela sociale nella forma di continuum mettendo a convergenza leva fiscale, leva assistenziale, ammortizzatori, compreso quel che significa discutere anche in termini di ragionevole adattamento dei sistemi di previdenza.

Secondo punto: a tema la questione della finanza strategica per l’impresa, dei processi di capitalizzazione delle imprese grandi e piccole, di nuovi strumenti di servizio a sostegno della transizione della piccola e media impresa, della riorganizzazione del sistema bancario, una nuova fase di questa riorganizzazione, dell’avvio vero, non finto, dei fondi pensione, della ripresa del ragionamento, che adesso purtroppo viene interrotto e contraddetto e che è cominciato positivamente, della riforma fiscale, di un fisco a sostegno della capitalizzazione, della finanza strategica di impresa.

Terzo punto: riorientamento degli interventi pubblici e delle incentivazioni su nuove iniziative in settori non tradizionali o di specializzazione.

Noi dobbiamo cercare di puntare a favorire la pervasività delle tecnologie per incrementare la produttività, affrontare sfide ambientali, Johannesburg, Kyoto, di quel che viene definito “sviluppo sostenibile” a fronte del quale sappiamo esistere una piattaforma di modernizzazione tecnologica e organizzativa di enorme significato.

Quarto punto: una politica anche dal lato dei costi perché noi non possiamo mettere la testa sotto la sabbia.

In alcuni settori di specializzazione nostra ad alta intensità di manodopera noi dobbiamo, per un tempo ancora non valutabile, occuparci della questione dei costi, quindi agire sul tema degli oneri sociali legati anche ai settori salariali più bassi e poi altri capitoli del tema dei costi a cominciare da quello energetico.

Quinto punto: una politica per il territorio, perché sul territorio si gioca la riproduzione di una cultura del lavoro, al concreto del rapporto scuola-impresa, investimenti sulla ricerca applicata, organizzazione di servizi materiali e immateriali, i fondamentali accessi infrastrutturali.

Sesto punto: una politica per l’impresa non capitalistica – se ne discute anche in sede di discussione sulla cooperazione, a cominciare dal rilancio dell’ideale cooperativo e alla sua funzionalità rispetto ad aree molto vaste di possibilità in campo economico e stiamo, ripulendolo dalle ben note e purtroppo diffuse anomalie evidenziate dalle vicende romane.

Settimo punto: ripresa del processo di liberalizzazione, occuparsi del mercato dei prodotti, dei servizi, della conoscenza per estendere la base occupazione, e non c’è altra strada.

Stimolare un’iniziativa in particolare nel campo dei servizi e pensate ai servizi professionali: noi siamo ancora a divieti che sono cose arcaiche.

Ottavo punto: tenere più alta l’asticella delle regole della vita nell’impresa, ripristinare certe regole e farne di altre, della trasparenza economica e finanziaria, del patto fiscale, trovare forme per promuovere e far vivere la dimensione etica, civica della vita economica, una moderna responsabilità sociale dell’impresa: questa ha qualcosa a che fare con lo sviluppo delle forze produttive.

Infine, nono punto: darsi un vincolo di stabilità, leggibilità, semplicità, prevedibilità delle azioni pubbliche nei confronti delle imprese, norme fiscali, incentivazioni, regole che incidono sulla vita delle imprese, a cominciare dalla finanza pubblica, dal piano di rientro dal debito pubblico come condizione di stabilità e credibilità delle riduzioni fiscali che nella nostra impostazione non sono una premessa ma sono e devono essere una derivata di un nuovo equilibrio di finanza pubblica.

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