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COSÌ L’ITALIA SI STA SCAVANDO LA FOSSA

Il punto nave come fanno i marinai.

Si ottiene dall’intersezione di almeno due Luoghi di Posizione, ma è bene averne almeno tre per controllo reciproco delle misurazioni effettuate.

Noi ne abbiamo addirittura più di tre.

 

L’Italia continua a soffrire per colpa di un rapporto debito/Pil troppo alto.

E il Def non fa nulla per correggere seriamente questa situazione.

 

La strada del Def è lastricata di buone intenzioni. Il governo conferma nel documento gli obiettivi di programma di deficit pubblico in graduale calo verso lo zero negli anni a venire e di stabilizzazione e progressiva ridiscesa del debito pubblico in rapporto al Pil. Il deficit si ferma al 2,1% nel 2017 (0,2 punti in meno grazie alla manovrina), per scendere all’1,2% nel 2018 e quasi azzerarsi (allo 0,2%) nel 2019. Il rapporto debito/Pil dovrebbe assestarsi al 132,5% del Pil nel 2017, per poi scendere al 131% nel 2018 e al 128,2% nel 2019.

Alla riduzione del rapporto debito/Pil dovrebbero concorrere anche proventi da privatizzazioni per 0,3 punti di Pil annui. Un obiettivo realistico, anche se molto modesto.

 

Tutto bene, salvo il fatto che ai buoni propositi non sempre sono seguiti i fatti.

A partire proprio dal rapporto debito/Pil, il parametro più seguito dagli investitori per valutare le prospettive di un Paese.

Può servire al proposito l’esempio della Spagna, un Paese all’apparenza meno solido del nostro, per anni con un rapporto deficit/Pil sopra la soglia del 3% prevista da Maastricht, ma che vanta uno spread positivo sui Btp nell’ordine dei 60-70 punti base. Proviamo a capire il perché.

Il debito pubblico spagnolo nel 2016 è aumentato in valore assoluto del 3%, ma il Pil nominale ha fatto meglio, crescendo del 3,9%. Il rapporto debito/Pil, quindi, è passato dal 99,8% al 98,9%. Nel 2014 era al 100,4%. Il trend è dunque positivo: se l’attuale passo di crescita e i tassi d’interesse dovessero restare su questi livelli, il rapporto d’indebitamento pubblico del Paese è destinato a proseguire la propria discesa. In Italia, al contrario, pur con un deficit/Pil sotto il 3%, e malgrado una posizione fiscale espansiva, testimoniata dall’aumento del deficit/Pil corretto per la fase del ciclo economico, il nostro avanzo primario non è riuscito a compensare il fatto che la crescita nominale risulta inferiore al costo del debito.

Il vero punto debole, insomma, resta la difficoltà a crescere.

A conferma della difficoltà ad attrarre capitali così come dell’inefficienza nella gestione delle risorse. Forse sarebbe il caso di concentrare i nostri (scarsi) mezzi sull’obiettivo del costo del lavoro, nella fondata speranza che una maggior competitività aiuti a spezzare il circolo vizioso del debito che ci condanna a una crescita risicata dall’inizio degli anni Duemila. A contrario, al di là degli sforzi del ministro dell’Economia, non si vede una svolta virtuosa.

Verranno rispettate, in questa cornice, le previsioni sulla discesa del rapporto debito/Pil?

Più facile pensare che, ancora una volta le previsioni di primavera, che includono le clausole correttive (vedi aumento dell’Iva) verranno lasciate da parte.

Da diversi anni, infatti, l’obiettivo non viene centrato.

Il motivo: le previsioni dell’avanzo primario, una delle componenti principali per determinare il rapporto debito/Pil, incorporano l’attivazione delle clausole di salvaguardia, cioè il maxi-aumento Iva, che abbatterebbe il deficit/Pil fino all’1,2%, dal 2,1% del 2017.

Ma già sappiamo che l’esecutivo non andrà in questa direzione, giudicata una sorta di suicidio politico alla vigilia dell’anno elettorale, nemmeno quest’anno. Si innescherà così una sorta di effetto boomerang: se con la Legge di bilancio il governo disattiva le clausole, a quel punto Iva, accise e inflazione non salgono, e così il rapporto debito/Pil a fine anno non scende.

Non a caso negli ultimi anni il rapporto debito/Pil è stato sempre più alto di quanto previsto nel Def di primavera. C’è da chiedersi se sia la strategia giusta.

Ovvero se, come è già successo con le sofferenze bancarie, tanto successivi rinvii non finiscano con l’aumentare i costi.

Per ora non resta che trovare in altro modo le risorse per finanziare l’abbattimento del cuneo fiscale oltre che per ricominciare a investire, per poter tornare a crescere.

Nel periodo 2009/16 la spesa pubblica è cresciuta del 2,5% contro il 18% della Germania e il 14% della Francia. Così com’è salita in Spagna grazie alla deroga sul deficit che all’Italia, vista la mole del debito, non è stata concessa.

Insomma, si parte con le grandi manovre, già imminenti per invocare a ottobre un’altra dose di “flessibilità” nei conti da Bruxelles utilizzando sofismi di varia natura.

In sintesi. l’Italia rispetta con fatica il vincolo sul deficit, ma non riesce a ridurre il rapporto che conta di più quello debito/Pil. È per questo che il Pil, se va bene, cresce solo dell’1%.

Ci sono alternative? Sì, un robusto taglio di tasse accompagnato da misure forti sulla concorrenza.

 

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