Dr Aldo Romanini Segretario Nazionale Assimpresa (5)

Intervento al Congresso Assimpresa Dr. Romanini

Assimpresa: ripartire dalle PMI, cuore pulsante del Paese. Il diritto di cittadinanza delle imprese.

Dopo un saluto introduttivo e la lettura del saluto dell’ On. Cosimo Maria Ferri,  il Dr. Romanini inizia il suo intervento fornendo una definizione delle PMI, affronta il tema del Diritto di Cittadinanza delle imprese e del rapporto che le stesse intrattengono con le Istituzioni. A seguire il Dr. Romanini affronta due temi importanti per le imprese: Globalizzazione e Passaggio Generazionale.

In seconda battuta tocca argomenti che faranno da apripista agli interventi successivi,  la situazione delle banche, il banking compact e la scopertura del Welfare.

Non voglio parlare delle Piccole e Medie Imprese al passato, perché il passato ce l’abbiamo alle spalle, non ci interessa. Io ve ne voglio parlare al futuro, perché è là che noi passeremo la più gran parte ancora della nostra esperienza professionale, spero insieme e con reciproca soddisfazione. E adesso vi dico subito: se io chiedessi a qualcuno che cosa è la Piccola e la Media Impresa, io credo che non saprebbe rispondere, se non facendo riferimento a delle definizioni di carattere dimensionale. Ma se lui mi chiedesse: dimmi esattamente cosa è? Non me lo saprebbe dire. Non ha colpe, non è una definizione facile. Cerchiamo di andare a trovarla insieme. Adesso io vi chiedo, guardando al domani, che cosa sarà il futuro delle Piccole e delle Medie Imprese? Parto subito chiedendomi che cosa sta succedendo alla Piccola Impresa? Dopo esser state per anni osannate e portate a simbolo di flessibilità, di una flessibilità garante di competitività e di continuità dell’Impresa, sempre più e da più parti emerge l’idea che la piccola dimensione da scudo contro i mali, sia essa stessa diventata il male da combattere.

Io trovo che questo sia molto strano, molto strano anche perché dai tempi in cui si diceva “piccolo è bello” erano gli anni ’80, l’economia è fondamentalmente e sostanzialmente cambiata, al punto tale che però le Piccole e le Medie Imprese reggono ancora la parte più importante delle dimensioni imprenditoriali italiane. La realtà è che le Piccole Imprese non sono soltanto un fenomeno economico, sono una realtà sociale e una realtà politica.

Guardiamo ai numeri, sono cose che vi ripeto ma che sapete tutti: le Piccole e Medie Imprese rappresentano qualcosa come il 92% del prodotto interno lordo, qualcosa in meno in termini occupazionali; le partite IVA, in patti generali di Confimea ebbe modo di definire il popolo delle partite IVA, qualche anno fa erano 8.800.000, un esercito, non ce n’è uguali in Europa. Quelle attive sono quasi 6.000.000, il che vuol dire che esiste un’impresa ogni 10 abitanti, il che vuol dire, questo me lo dice l’ISTAT, che un’impresa occupa dai 4 ai 5 dipendenti. Questo evidenzia un aspetto che dovremmo tenere tutti in grande evidenza, e cioè che la piccola imprenditoria è un formidabile bacino di occupazione e che l’esistenza di un’iniziativa imprenditoriale diffusa e dinamica rappresenta un grande ammortizzatore sociale nei tempi di congiuntura negativa come l’attuale. La disoccupazione in Italia viaggia ad un tasso che si muove tra il 12 e il 13%.

È un fatto gravissimo considerato che il 40% riflette una disoccupazione giovanile, che è un dato intollerabile. Quindi i posti di lavoro li fanno gli imprenditore, non li fa il Job Act. Sapete cos’è il Job Act? Ve lo dico io cos’è il Job Act. Il Job Act è una sorta di ravvedimento operoso, è un alleggerimento del gravame fiscale e contributivo e soprattutto dei gravami, dei lacci e lacciuoli che opprimono le aziende. Io ho adoperato non a caso il termine “ravvedimento operoso” che è un termine prettamente fiscale, perché per l’impresa, nel nostro codice, se ne parla una sola volta: è l’articolo 2082 del Codice Civile che se la cava in 4 righe: “l’imprenditore è colui che organizza i fattori della produzione”. Non se ne parla più, da nessuna parte. Si parla invece dell’impresa. Lo chiamo Codice Fiscale, comunque è il Testo Unico delle Imposte sui Redditi. Perché? Perché le imprese e gli imprenditori sono soggetti da spremere, senza riguardo, senza nessun diritto. E allora io dico: ma non si sono accorti questi che le Piccole Imprese non sono organizzazioni astratte? Sono persone che lavorano e tutti i giorni mettono in gioco le proprie risorse, sia economiche, ma anche umane e professionali. E allora? E allora vediamo.

Queste considerazioni sottendono un’idea importante e dirompente; se compresa fino in fondo porta dritto dritto al Diritto di Cittadinanza delle Imprese. Io ho pensato che questo Diritto di Cittadinanza mi viene suggerito, guarda caso, da una inconsapevole premessa di un legislatore disattento, il quale si è inventato la responsabilità penale di un soggetto non persona fisica. Chi di voi ha avuto esperienza di sicurezza avrà approcciato il testo del decreto legislativo 8 del 6 giugno del 2001, parlo della 231, parlo quindi di quello che si chiama “Modello Organizzativo di Gestione e di Controllo”.

Quindi chi ha avuto modo di vedere l’articolato di quella legge, si sarà accorto che pur esistendo una responsabilità penale personale, perché la responsabilità penale personale, un legislatore dalle nebbie della legislazione si è inventato la responsabilità penale di una persona non fisica, come se una S.r.l. O una S.p.A. potessero andare in galera. Mi fermo qui. Quindi la sensazione, forse la certezza, è che le Istituzioni tendono a considerare le imprese e anche il mondo professionale e le associazioni che le rappresentano, come soggetti esterni rispetto alla Società Civile, portatori quindi di interessi contrapposti da soddisfare o da imbrigliare a seconda delle circostanze. Bene, allora però il risultato direi totale e totalizzante di quell’impegno di cui abbiamo fatto riferimento, da un punto di vista fiscale che si chiama reddito imponibile, da un punto di vista civilistico o ragionieristico si chiama utile di esercizio. Da un punto di vista etico si chiama in un altro modo, io lo chiamo sacrificio quotidiano, io lo chiamo pelle, lo chiamo sangue, lo chiamo sudore, lo chiamo le mille rinunce che conosce bene chi opera nel mondo della libera imprenditoria.

E allora tutto questo merita grande rispetto da parte della Pubblica Amministrazione, che di rispetto per noi ne ha anche molto poca da parte di Equitalia e dall’Agenzia delle Entrate, ma anche da parte di quelle che io chiamo praticamente le altre componenti sociali, compresi i Sindacati, che di rispetto per noi delle volte ne hanno molto poco. Quindi non abbiamo paura di chiamarlo essere al servizio della collettività pur operando nel privato. Quando accade qualche patto di sangue, magari che so io, l’ammazzamento di un Giudice piuttosto che di un poliziotto, succede che i media corrono subito giustamente a glorificare le vittime di questi fatti e li chiamano servitori dello Stato. Ma scusate, un imprenditore che paga oltre il 70% di imposte e che qualche volta muore perché molti imprenditori si sono suicidati, non possiamo chiamarli servitori dello Stato, sono servi dello Stato. Allora occorre cambiare prospettiva, è necessario ritenere l’imprenditore parte della Società Civile ed i suoi interessi come elemento da prendere sia dall’inizio in considerazione per formulare politiche e strategie. A questo punto io però non sono ancora arrivato al fatto che mi interessa, cioè alla definizione della Piccola e della Media Impresa.

Ho detto prima che se io chiedessi a qualcuno di definirmi che cosa è la Piccola e la Media Impresa, ho detto che al di là di una definizione dimensionale, non me lo saprebbe dire. Allora quando parliamo di una dimensione, di un inquadramento dimensionale, noi ne conosciamo bene la fonte: si tratta della raccomandazione 1422 del 6 maggio del 2003, la quale dice, l’articolo numero 3 largo circa in qualunque modo uno svolga un’attività a contenuto economico è impresa, ponendo quindi l’assioma partita IVA = impresa. Non è questo, lo dicevamo dal 2000, 4 anni prima lo dicevamo, perché quando noi ci siamo costituiti siamo la prima associazione trasversale in Italia. Ad Assimpresa non interessa che l’impresa sia piccola o che sia grande, ci interessa che sia impresa. Non mi interessa che tu faccia il carrozziere piuttosto che il pasticcere, mi interessa che tu sia imprenditore, perché come ho detto i posti di lavoro li fanno gli imprenditori.

Allora succede che questa raccomandazione ci dice anche un’altra cosa: ci dice che è stata accolta in una direttiva comunitaria e poi è stata trasfusa nell’ordinamento giuridico italiano a partire dal gennaio 2006. Ma ancora ci dice (perché ha modificato la direttiva 96/280): la piccola dimensione è quella che arriva fino a 50 dipendenti, da 50 a 250 sono Medie Imprese, oltre 250 sono grandi imprese. Noi non ce ne facciamo assolutamente nulla, perché questa definizione dimensionale ci ha creato dei problemi nei confronti di Basilea 2, perché in Italia, vi spiego, la grande dimensione rapportata all’Europa è media, la media dimensione rapportata all’europea è piccola e la piccola rapportata all’Europa è micro. Quindi in realtà sono delle definizioni dimensionali che non consentono alle aziende italiane di accedere al credito, perché di fatto se io faccio una valutazione del merito creditizio di un’italiano, quand’è che una piccola impresa ha un bilancio come deve essere fatto e poi presentarsi alla banca per chiedere un affidamento?

Semplicemente non glielo dà, perché Basilea 2 vedrete, ha sconvolto certi paradigmi e quando io vado in banca, la banca dovrebbe finanziare per la valenza dell’azienda: io sono un buon imprenditore, ho un buon progetto, mi finanzi il progetto. Quindi la garanzia dovrebbe essere succedanea, dovrebbe arrivare dopo, sussidiaria dovrei dire, come le obbligazioni che ci hanno ritirato. In realtà la mettono al primo posto. Allora io ho cercato in altro modo di dare una definizione della Piccola e della Media Impresa e l’ho cercata andando a scavare in alcuni punti che ebbi modo di raccontare in un convegno di qualche anno addietro, laddove noi mettevamo in evidenza 9 aspetti di criticità per la Piccola e la Media Impresa.

Non ne parlo di 9, ne accenno soltanto due: il primo è la globalizzazione, perché la globalizzazione è uno degli aspetti più critici della nostra Piccola e Media Impresa, ma perché con rispetto alla globalizzazione credo di poter dare una definizione convincente di cosa sia la Piccola e Media Impresa; il secondo, invece, è il passaggio generazionale perché supporti in termini storico ed economici l’assunto statutario nostro, che tutti ormai conoscete perché ve l’ho raccontato e vi esce dalle orecchie, cioè praticamente la realizzazione di iniziative volte a garantire in ogni tempo e in ogni conto la continuità dell’impresa ma questo lo conoscete, quindi è inutile che ne parli oggi, perché andrei a ripetere quello che vi ho già raccontato un’infinità di altre volte.

Adesso arrivo alla definizione della Piccola e della Media Impresa. Ve la leggo perché in realtà non è che sia complessa, ma è bene che non si perda neanche una virgola. Chiaramente potrebbe anche non essere condivisa: “propongo che una volta per tutte si assuma che la Piccola Impresa non sia una fase dell’Impresa, che non sia un’Impresa che ha il difetto di non essere grande, che non sia un bicchiere mezzo vuoto. Sia invece una particolare impresa che ha radici per fini e vocazioni e caratteristiche plurisecolari – e sottolineo plurisecolari – che esprime come massimo orizzonte di protagonismo e di contributo alla globalizzazione, l’evoluzione verso una media azienda che può avere una leadership anche internazionale, in una nicchia e si internazionalizza relativamente a questa e tuttavia nel suo specifico la Piccola e la Media Impresa nell’insieme può reggere globale e darci una quota importante della nostra presenza nel mondo e un pezzo del nostro futuro”.

Ecco, quando dico caratteristiche plurisecolari, che vi ho detto sottolineo, che vanno preservate e riprodotte, sto parlando della procura del fare, che deriva da un antichissimo problema dell’opportunità di essere trasformatori di materie prime che non si hanno. Dico dell’origine mercantile che ci consegna un orientamento fortissimo al mercato e alla capacità di afferrare il cliente senza mollarlo, con grande flessibilità. E alla fine dico della connessione estrema tra cultura imprenditoriale e cultura del lavoro, anche nella dimensione minima, territoriale e familiare. Allora sono cose di secoli, è inutile perder tempo in interrogativi metafisici sul dover essere della Piccola e Media Impresa, se ce la fa o non ce la fa. Noi come Assimpresa dobbiamo dare il nostro contributo che rilancino le potenzialità di questo soggetto. Questa è la mia definizione.

E adesso andiamo al problema numero 2 – ce ne sono 9, ma mi fermo qui – che è quello del passaggio generazionale. Noi abbiamo passato una fase di transizione ultradecennale, forse saranno 50, che ci ha consegnato una imprenditoria di massa, che rappresenta però un problema irrisolto sul piano sistemico. Passaggio generazionale che non viene risolto, né per via manageriale, né per via familiare, né per via finanziaria. E allora dico che non c’è finanza, né rischio, né strategia per la Piccola e la Media Impresa. Questo può essere con un’immagine la vera novità del tempo che fu, perché, questo lo dico spesso, al tempo dei Medici uno faceva l’imprenditore, faceva anche il mercante e faceva anche il banchiere; oggi sostanzialmente abbiamo perso anche il banchiere e questa è una debolezza forte.

Adesso io passo ad alcuni argomenti, ma li tocco soltanto, degli spot per fare da apripista agli interventi successivi, cioè vi devo parlare dei vincoli e dei presupposti della proposta di Assimpresa.

Della continuità e del passaggio generazionale ne ho fatto cenno, ma non possiamo passare perdere la mattina a raccontare questo, però è un argomento molto interessante. Vi parlo invece del gravame fiscale che vuol dire che il 4 di gennaio del 2014 il Sole 24 Ore che è l’organo di Confindustria sia uscito con un articolo in prima pagina, a caratteri cubitali, che ho già illustrato una quantità infinita di volte “Total Tax Rate 65,80%”.

Bene. Il compianto amico Bortolussi del Cgia di Mestre, vi dice: “no, no, guardate che avete sbagliato i conti, non è 65,80%, quasi il 74 dice il Cgia di Mestre”. Quindi diciamo il 70 per fare i conti pari, ma il 20 di novembre dello scorso anno, la Banca Mondiale ha comunicato al Ministero dell’Economia, con poca gioia del Ministero dell’Economia, gli ha comunicato che si erano dimenticati che il Total Tax Rate è il 65,80%. Io aggiungo con una distanza siderale rispetto alla media mondiale ed europea che è quasi il 40,60%. Einaudi diceva: “quando la pressione fiscale supera il 40% si provocano dei danni per le aziende, per il Paese e per l’economia”, e poi di copriva il labiale e diceva: “certo che sopra 40% l’evasione fiscale diventa legittima difesa”. Allora siccome con tutte le storie che succedono, dei disastri, degli ammazzamenti, che si sta pensando di riformare la norma sulla legittima difesa, ci mettano dentro anche questa. Scusate, secondo me bisogna prendere in considerazione, visto che stiamo parlando appunto di questo.

Dopo aver parlato del gravame fiscale che è gravissimo, ma che sostiene comunque la modalità associativa perché un 65,80% capite bene che il Society Plan è una grossa opportunità.

Vi parlo adesso di una cosa: della sparizione dei banchieri. Ve ne parlo. In modo evidente e anche in modo, diciamo così, drammatico, perché è anche drammatico. Qualche anno fa nel corso di un incontro in cui abbiamo parlato del Banking Compact. In quel momento tutti sapevano che cos’era il Fiscal Compact, ma il Banking Compact no. Allora parlammo anche del MIFID, nessuno sa cos’è il MIFID o pochissimi lo sanno. E ci hanno parlato per la prima volta di bail in, che detta in italiano vuol dire salvataggio interno. Di chi? Delle banche, mica dei risparmiatori. E allora, siccome parlammo di queste cose ci dissero “siete dei terroristi!”. No, siamo assolutamente consapevoli.

Vi spiego allora cosa succede: qualcuno tempo addietro durante un convegno il cui moderatore era Bruno Vespa, il titolo dell’incontro era: “Rapporti Banca e Impresa”, ci litigai con Vespa e gli dissi: ma scusate, quando un imprenditore viene da me e mi dice: “ma sai, ho parlato col mio amico e il direttore della mia banca ha detto che”, lo chiamo subito e gli dico “tu sei un cretino, perché il direttore della banca, prima di tutto è un impiegato della banca, tu sei un imprenditore, sopra di te non comanda nessuno, sopra di lui comandano tutti; secondo non è un amico, come non è un’amica neanche la banca. La banca è un fornitore e uno dei peggiori fornitori che tu possa immaginare. Detto questo avrai capito che tu devi trattare la banca come la banca tratta te”.

E allora cosa succede? Succede che io vado dal mio banchiere che non è mio amico e gli dico: “senti ho bisogno di un fido”. Questo storce la bocca, di soldi non ne danno prima, figuriamoci se ne danno adesso. Però dico, cominciamo lo stesso a fare l’istruttoria della pratica. E come dicevo prima invece di cominciare a chiedermi qual è il mio progetto imprenditoriale, che capacità ho e se il progetto regge la concessione di un fido perché sarò in grado di restituirti i soldi, perché so che non sei un istituto di beneficenza, quindi te lo devo dare indietro. In realtà comincia subito a chiedermi delle garanzie e allora dici: “guarda, i dossier e i titoli di tuo suocero non mi interessa, perché tanto son Titoli di Stato che non valgono più niente, quindi su questo aspetto ci ritorneremo; poi sai, mi interessano più quelle monete d’oro che ha tua Nonna Carolina, lì in cassetta di sicurezza, perché sai, anche della casa non ci interessa più di tanto, perché la casa ormai non si tratta più”. In sostanza sappiate che con la tassazione sugli immobili stiamo perdendo un settore che era il 27% del PIL, però ci vantiamo della moda, perché le ragazzine vestite bene, i giovani, ci piacciono tutti. Benissimo, però rappresenta solo il 2% del PIL, guardate un po’ che bella differenza che fa.

Allora cosa succede? Succede che purtroppo le banche hanno in pancia il 30% del debito pubblico il quale che, se una mattina Standard and Poor’s si sveglia di traverso e dice: “sai, il rating ppt -, se ci mettessimo una c, facciamo un upgrade. Benissimo, vuol dire che la BCE non ci dà più una lira, perché già la BCE con il Quantity Leasing ha già scavalcato una norma comunitaria, uno norma del tutto straordinaria, su cui i tedeschi giustamente stortano il naso. E allora cosa vuol dire? Vuol dire che non ci dà più il 25%, vuol dire che arriva la Troika, vuol dire che forse l’IVA andrà al 26%, vuol dire che devono sopprimere l’unico paradiso fiscale esistente in Italia. Dopo poi Pier Luigi Carini vi spiegherà che cosa è questa roba qui. Oppure devono passare ad una patrimoniale. Allora io osservo che la garanzia non me la può dare, perché la mia casa non vale assolutamente più niente a questi fini, e vuol dire anche che, visto che ci hanno tolto l’IMU, secondo me farebbero prima a toglierci anche la casa così evitiamo di pagarci le imposte. Questo è quello che succede sulle banche.

Sulle banche osservo ancora una cosa, come abbiamo osservato tutti: esiste una situazione abbastanza particolare, unica in Italia, laddove il nostro istituto, che dapprima era istituto di emissione, Banca d’Italia, non è più un istituto di emissione, è solo istituto di vigilanza. Allora l’anomalia qual è? Che l’istituto di vigilanza ma anche l’istituto di emissione era controllata dalle banche che dovrebbe controllare. Vi ricordate cosa dicevano i Latini? Dicevano “Quis custodiet ipsos custodes?”. Chi custodisce i custodi? Nessuno. E allora la cosa non funziona.

Bene, voi sapete che una quindicina di banche italiane di grandi dimensioni è controllata direttamente dalla BCE, il quale attraverso gli stress test ci ha detto che qualcuna va bene, qualcuna va così e così e qualcuna assolutamente male. Le altre 800 banche le controlla Banca d’Italia. Le hanno controllate ormai quasi tutte ed è emerso in questo tipo di vigilanza, che due banche su cinque hanno dei problemi organizzativi, due su sette hanno dei problemi di carattere penale. Allora vuol dire che due su cinque sono governate da degli incapaci e due su sette sono governate da dei delinquenti. Questo è il sistema. Adesso si apprestano a riordinare il sistema delle Banche Cooperative. Non ve ne parlo, è un altro argomento. Faremo un workshop, ma sarà molto divertente anche questo perché non può funzionare e non funziona. Stanno distruggendo una parte del sistema creditizio italiano, questo è quello che succede.

Mi rimane un’ultima cosa di cui parlare, che sono le scoperture del welfare. Tutti gli anni Assimpresa si perita di redigere uno studio, che è questo: quest’anno sono 190 pagine, gli anni passati erano 150, ne abbiamo aggiunto 40, che noi chiamiamo “Scoperture del Welfare”. Scoperture è un eufemismo per dire fallimento, che non funziona più. Quindi è una scopertura del welfare previdenziale e sanitario. Cerco di fare una sintesi: “un ragazzo di 30 anni andrà in pensione a 72 anni, non prima di 72 o quel che prenderà non arriverà a metà mese”. Parlo della pensione sociale, 400-500 euro. E anche qui non sono mancati i soliti amici che ci hanno detto: “siete dei terroristi!”. No, come quando parlavamo delle banche, anche qui siamo semplicemente consapevoli. Senonché Tito Boeri, Presidente INPS, qualche settimana addietro dice: “no, no, andranno in pensione non prima di 75 anni”. E allora noi abbiamo fatto sul nostro sito una nota che abbiamo chiamato “La Clemenza di Tito”, abbiamo preso il titolo pari pari da una bellissima opera di Mozart. Succede ancora che all’INPS esiste un consiglio, che si chiama “Consiglio di Vigilanza e di Intervento”, il quale diceva un po’ di tempo fa: sapete, nel 2015 c’è un disavanzo – loro lo chiamano disavanzo, io preferisco chiamarlo buco, così ci chiariamo subito subito cosa è – un disavanzo di 17.000.000.000 che sarà pagato attingendo alla fiscalità ordinaria.

Ciò vuol dire che al mio amico Matteo Perfetti, che è qui in sala, quando paga 5.000 euro dei suoi contributi obbligatori, perché sono obbligatori, se fossero volontari sarebbe un pazzo ad affidarli all’INPS. E allora dice, lui ha pagato i suoi contributi, però dopo con una parte delle sue imposte paga la copertura del buco che c’è nell’INPS. Ma questo però l’aveva già detto due anni prima la Corte dei Conti che nel 2013 dice: “guardate che c’è un buco di 15.000.000.000 che verrà coperto con il ricorso alla fiscalità ordinaria”. Bene, ma poi dice: “tra due anni – lo diceva due anni fa – l’INPS non avrà più neanche il patrimonio”. Oramai ci siamo. Sempre il Consiglio di vigilanza e di indirizzo dell’INPS ci dice anche: tra 10 anni ancora, questo buco sarà di 60.000.000.000; come faranno a coprirlo? Non sia sa. Allora succede ancora un’altra cosa: che il mio amico Matteo Perfetti, quando versa quei 5.000 euro all’INPS non è che l’INPS dice: “Matteo senti, questi soldi li prendo, li metto in una cassetta, fra 10 anni te li do”. No, no, non è così. Questi 5.000 euro non passano neanche dal via, non toccano neanche terrà. Servono per pagare i pensionati di oggi. Perché in realtà l’INPS è un soggetto che funziona a vasi comunicanti, il che vuol dire che ci sono le gestioni, i fondi delle gestioni, io dico “sprofondo rosso”, che sono i dipendenti pubblici, poi ci sono le gestioni speciali (ferrovieri, elettricisti, bancari e altro), poi ci sono dirigenti di aziende, poi ci sono in parte gli artigiani e poi ci sono i coldiretti. Sapete che quando hanno travasato i fondi dei dipendenti pubblici non è che hanno travasato delle risorse, hanno travasato dei debiti. Non hanno mai pagato i contributi, non li hanno mai accantonati. Allora com’è che vengono riappianati? Mettono le mani su quello che le aziende ordinarie pagano, cioè praticamente anche sulle Piccole e Medie Imprese che sono il 92% del PIL come abbiamo visto in precedenza. Io ho visto il bilancio dell’INPS: dell’attivo dell’INPS ci sono 94.000.000.000 di crediti inesigibili perché si riferiscono ai contributi che le aziende non possono o non riescono a versare.

Più tardi ci sarà tra i nostri amici relatori il Dottor Giovanni Galvan, che è Vicedirettore del nostro Fondo di Formazione Professionale, il quale dice: “al nostro fondo di formazione Fonditalia – ma non soltanto a Fonditalia, anche agli altri – l’INPS non versa qualcosa come il 30% di fondi destinati alla formazione, perché c’è un 30% circa di aziende che non riesce ad essere regolare nei pagamenti o addirittura che non paga l’INPS.” Questo è un pochino quello che succede nell’ambito di queste situazioni. Allora riguardo alle scoperture, quando parlo di scoperture parlo sia del sistema previdenziale, sia del sistema sanitario, che non esiste più, è diventato residuale. Quindi scialuppe in acqua, ognuno si salvi, ognuno per sé. Non funziona neanche una certa previsione di un secondo pilastro, io mi aspettavo nella Legge di Stabilità che Renzi mettesse mano a una modifica dell’articolo 51 e dell’articolo 100 del Testo Unico, per favorire un secondo pilastro che poteva essere contrattuale o aziendale, ma che servirebbe soltanto alle aziende ricche, perché le piccole neanche ce la fanno a provvedere a sé stessi, figuriamoci se è opportuno fare cose di questo genere. Vi do due dati: nel 1961 ogni ragazzo di età inferiore ai 14 anni aveva in contrapposto 4 persone di età superiore ai 65. Nel 2015, per ogni ragazzo di età inferiore ai 14 anni, ve ne sono 14 di età superiore ai 65. Fra 10 anni saranno 28, ma l’indice di dipendenza strutturale è questa. Nel 1961 il rapporto fra popolazione attiva e popolazione non attiva era 49 e 51, non era poi tanto distante.

Per popolazione attiva si intende quella che va dai 15 anni fino ai 65. Nel 2015 il rapporto era 45 e 55, però nel 45 di popolazione attiva le casalinghe che non lavorano, i ragazzi di età superiore ai 14 che ancora non hanno compiuto un percorso di studi, ci vanno dentro i disoccupati, ci vanno dentro i disabili, ci vanno dentro anche quelli che timbrano il cartellino e poi vanno fuori, il che vuol dire che mediamente il 30% della popolazione si deve far carico di reggere il restante 70%. Capite che lo squilibrio non regge e assolutamente non ci porta da nessuna parte. Questo l’ho raccontato semplicemente per dirvi quanto sia importante, almeno, la formulazione nostra di essere un terzo pilastro previdenziale, anche se limitato al manager e non a tutti i dipendenti perché chiaramente non è estensibile a tutti i dipendenti.

In questo caso passo all’ultimo intervento che dovrebbe fare da apripista all’intervento di Donato Cremonesi, che poi successivamente interverrà. Parlo del vantaggio competitivo e vi racconto, per sintesi, perché sono argomenti che varrebbe la pena di farci più di un convegno.

L’attuale sistema economico è caratterizzato da catene e da reti di scambio di lavori intellettuali, che sono presenti anche laddove sembra che ci sia una massima prevalenza dell’attività manuale. La nostra economia è fondata sulle professioni che creano, che trasformano e scambiano i valori conoscenza ed allora in questo panorama Assimpresa risponde ad un esigenza diversa: quella che nasce dalla condivisione negoziata di informazioni e sapere che sono il nocciolo del mercato e del lavoro. Vantaggio competitivo, vi dico che cos’è: per un’impresa, per qualunque impresa, nasce dalla gestione ottimale di un intreccio di conoscenze portate da coloro che all’interno e all’esterno dell’impresa hanno valenze imprenditoriali, però intese come professionali. Diventando un’impresa nel suo processo di trasformazione, il luogo di organizzazione dei flussi delle informazioni e delle competenze, la capacità di vivere e gestire i processi di rete, ve lo spiegherà Donato, costituisce fattore di successo.

Non a caso Donato è stato chiamato per riordinare la comunicazione ed il marketing di Assimpresa, perché Assimpresa fu eletta non solo come no profit, ma pure come soggetto profit nell’ambito dei rendiconti delle nostre sedi, perché non abbiamo tempo da perdere e se il mulino deve funzionare qualche sacco di farina bisogna che ce lo portiamo a casa. Assimpresa dunque risponde all’esigenza dell’impresa vista come network di professioni. Risponde principalmente all’esigenza dell’imprenditore di avere servizi ad personam, finalizzati al sostegno dell’attività personale dell’imprenditore e dei suoi manager.

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