Aal Bivio

PROFESSIONISTI AL BIVIO: i nodi vengono al pettine

Gli esperti concordano su un punto: che la partenza non sarà semplice, a cominciare dalla necessità di “svecchiare” la professione del commercialista e di puntare alla digitalizzazione della professione. Come ogni innovazione, anche l’e-fatturazione rischia di creare un divario, in questo caso all’interno della categoria, allungando le distanze tra chi ha alle spalle uno studio strutturato e chi invece è un piccolo professionista: «Il problema non riguarda i grandi studi di commercialisti che hanno le proprie software house.

I notai nel 1997 si sono dotati della loro propria software house, i commercialisti ritenevano all’epoca che non servisse l’informatica per il proprio lavoro. E oggi prendono le bastonate, perché sono arrivati tardi. La categoria è praticamente succube delle software house, sono come vacche da mungere».

La fatturazione elettronica obbligatoria dal primo gennaio 2019 ha posto i commercialisti dinanzi a cambiamenti tali che non influiscono solo sul presente del loro lavoro, ma anche sul futuro della stessa categoria professionale. E così tuttora sono divisi sulle scelte da fare, come risulta da una indagine presso i loro rappresentanti.

Per esempio molti ora pensano di scaricare sul cliente i costi della fattura elettronica, anche se una scelta poco lungimirante secondo un esperto come Umberto Zanini, commercialista e coordinatore dell’area tecnico-normativa dell’Osservatorio Fatturazione Elettronica & e-Commerce B2b del Politecnico di Milano.

Professionalmente invece, la sfida principale che i commercialisti sono chiamati a fronteggiare in relazione all’e-fattura riguarda la digitalizzazione della propria categoria, carente in informatica rispetto a quanto richiede l’attualità: «Il problema vero è che si stanno pagando errori commessi vent’anni fa, quando si riteneva che l’informatica non fosse rilevante nel nostro mestiere», ha commentato Zanini. Emerge dunque la necessità di informatizzare il settore. Alla base c’è sempre il rapporto con il cliente, rispetto al quale si pongono nuovi quesiti, come per esempio sugli eventuali costi aggiunti della gestione del nuovo servizio.

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E-fattura, i costi devono ricadere sul cliente?

I commercialisti sono divisi sull’attribuzione dei costi del nuovo servizio. Da una parte, la volontà di far pagare quello che rappresenta un investimento in ore di formazione e lavoro, dall’altro la comprensione che i costi sostituiranno quelli di altri servizi non più forniti. Ferrari di Aidc, sottolineando l’aggressività del mercato, ha evidenziato come «la nuova fatturazione rappresenti un ulteriore adempimento per i commercialisti, dunque sarebbe giusto pagare per l’ulteriore lavoro, è stato necessario formare il personale e i clienti. Tuttavia, si stanno proponendo nuovi interlocutori con offerte apparentemente vantaggiose e questo comporta confusione».

Zanini durante i suoi convegni nel corso del 2018 ha raccolto tra i colleghi una maggioranza di pareri favorevoli al pagamento da parte del clienti: «Il consiglio può essere quello di partire facendo pagare la piattaforma come si faceva per lo spesometro, così il cliente non ha costi aggiuntivi. Poi tra un anno fare un’analisi e decidere se modificare l’onorario. Anche perché tra qualche tempo arriveranno sicuramente aziende che forniranno il servizio gratuitamente. Si entrerà in concorrenza, se uno è lungimirante lo capisce».

Le ragioni di chi voleva una proroga

Come sappiamo, la fatturazione elettronica è entrata in scena con la legge numero 205 del 27 dicembre 2017, l’obbligo decorre dal 1 gennaio 2019. All’avvicinarsi della data tuttavia non è mancato in parte della categoria dei professionisti il desiderio di una proroga: «Se uno non è pronto è perché non voleva esserlo. È un anno che si sa che ci sarebbe stato l’obbligo – ha commentato Zanini -. La categoria ha puntato sempre molto sulle proroghe ma ha fatto male i conti. Stavolta c’è un problema di cassa, perché l’obbligo è stato introdotto per limitare l’evasione Iva».

La proposta di una proroga era stata avanzata non solo come pensiero volante di qualche professionista, ma come concreto atto giudiziario. A dicembre, due associazioni di categoria dei dottori commercialisti si sono schierati su due fronti opposti quando una delle due si è rivolta al Tribunale civile di Roma chiedendo la proroga dell’entrata in vigore dell’obbligo di e-fatturazione. «Non abbiamo agito in questo modo perché non siamo pronti – ha spiegato Marco Cuchel di Anc, l’associazione favorevole ad allungare i tempi -. Noi abbiamo voluto porre l’accento sul problema relativo alla gestione dei dati».

La gestione dei dati dei clienti

«Abbiamo fatto denuncia all’antitrust perché le case di software per noi praticavano pratiche commerciali scorrette, quasi obbligando i colleghi a passare dai loro hub quando noi ritenevamo possibile l’utilizzo di altre piattaforme. Poi abbiamo fatto denuncia a ottobre al Garante della privacy perché a nostro avviso non veniva garantita la riservatezza e ci pareva che la volontà fosse quella di profilare le aziende». In seguito, l’associazione si è rivolta al tribunale: «Il rischio sta nei soggetti privati che possono profilare le aziende e così l’economia è a rischio, fino ad arrivare ai segreti industriali che si possono facilmente individuare. Il postino non deve leggere il contenuto delle lettere», ha aggiunto Cuchel.

Contrario alla proroga invece Andrea Ferrari, presidente dell’Aidc, la cui associazione ha preso le distanze dalla proposta di Anc: «L’approccio a una novità è sempre quello di fare un po’ di resistenza. Ritardare non giova a nessuno. È come se uno prima del compito in classe chiamasse dicendo che c’è una bomba a scuola. L’introduzione sarà sicuramente complessa, ma va affrontata».

Riguardo alla questione dei dati sensibili, il Garante della privacy era intervenuto dapprima con un provvedimento poche settimane prima dell’entrata in vigore dell’obbligo di e-fatturazione, quindi con un provvedimento conclusivo a dicembre.

Ha disposto tra l’altro che l’Agenzia delle Entrate si limiti a memorizzare solo dati fiscali necessari per i controlli automatizzati, evitando però dettagli sul bene o il servizio oggetto della fattura. Inoltre, riguardo al rischio di usi impropri dei dati, il Garante ha avvertito i soggetti Iva e gli intermediari «che alcune clausole contrattuali, predisposte dalle società di software, possono violare il Regolamento ed espongono a sanzioni», aveva spiegato l’ente in una nota.

 

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