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QE: fine di un provvedimento inutile

QE sta per Quantitative Easing che sta per “alleggerimento quantitativo” che sta per politica monetaria ultra-espansiva, che sta per questo: la Banca centrale di riferimento (la BCE nel caso europeo) stampa soldi nuovi con cui compra sul mercato finanziario titoli di Stato (principalmente).

La BCE iniziò a farlo nel marzo 2015 con acquisti mensili da 60 miliardi di euro, poi saliti a 90 miliardi al mese e finirà di farlo nel dicembre del 2018.

La ragione per farlo era stimolare l’economia europea mettendo maggiori quantità di moneta in circolazione e sostenendo con l’acquisto di titoli di stato i paesi più deboli dell’eurozona, come Italia, Spagna e Portogallo. La ragione per smettere di farlo sarebbe che l’economia dell’Eurozona è ormai in solida crescita.

Ma questa cosa è vera?

Se andiamo a vedere il metro di cui dispone la BCE per valutarla, le previsioni sull’inflazione media annua, dobbiamo dire di no: puntano all’1,7 fino al 2020, un livello giudicato «non soddisfacente» dallo stesso Draghi. I prezzi non sono sotto pressione, la deflazione è scongiurata ma non strutturalmente che è come dire che non è scongiurata.

Era prevedibile? Sì, dal momento che il motivo per cui le banche non finanziavano gli investimenti produttivi non era la carenza di denaro ma il fatto che i mercati erano, e sono ancora, saturi.

E’ successo che il colossale afflusso di denaro proveniente dalla BCE non è finito in attività produttive, ma si è invece riversato nei mercati azionari ed immobiliari, gonfiando i prezzi di entrambi e senza generare nulla in termini di ricchezza reale o occupazione.

Ieri i dati dell’Istat sulla povertà in Italia. Nel 2017 oltre 5 milioni di persone in povertà assoluta, il record di sempre, da quando si compiono queste rilevazioni, dal 2005. Più di un milione di loro sono minori.

Draghi pompa soldi nelle banche, soldi che non arrivano alla gente, soldi che non arrivano alla produzione. Ma produzione è bloccata dalla mancanza di domanda interna, perché i salari sono troppo bassi ed i contratti di lavoro non garantiscono minimamente il lavoratore.

Bisogna ripartire da qui, dal lavoro. Che si chiama lavoro se non è sfruttamento.

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