RIDUZIONE DEL CUNEO FISCALE – parte 2a – norma iniqua

Proseguiamo: riflessioni sull’iniqua e discriminatoria norma.

Un ultimo dato (simulazioni del Centro Studi Welfare Assimpresa) conferma che i carichi familiari nel fisco italiano restano invisibili, anche quando si parla di “no tax area”, quella cifra cioè che non viene tassata perché si guadagna troppo poco per dover anche pagare le tasse. Secondo tali simulazioni, una volta applicati questi bonus, le diverse forme familiari avranno no tax aree differenziate: ad esempio, un lavoratore che vive da solo (una persona) avrebbe una no tax area (reddito annuo non tassato) di 12.508 Euro; più o meno 1.000 euro al mese, con cui una persona può provare a vivere dignitosamente (e già così non è proprio una passeggiata…). Se però questo lavoratore non vive solo, ma ha una moglie a carico, e in più ha fatto l’errore di mettere al mondo due figli, la sua no tax area arriva al massimo a 21.260 euro (se ha due bambini con meno di tre anni). Cioè, 1.770 euro al mese, per provare a vivere dignitosamente, però mantenendo quattro persone!

Basterebbero questi numeri per confermare che le famiglie nel nostro paese non possono aspettarsi granché dal fisco, quando decidono di mettere al mondo un figlio: né lo scenario è molto migliore se si pensa ai servizi per l’infanzia. E poi ci si sorprende perché la natalità continua a crollare!
Correggere questa situazione non è semplice, ma il problema non riguarda le proposte o i meccanismi: quoziente familiare, detrazioni fiscali, no tax area, assegno per i figli sono tutti strumenti attivabili. Ma nessuna di queste scelte verrà mai adottata senza la volontà politica di mettere la famiglia al centro dell’Agenda del Paese.

Il disastro del welfare pubblico soffre del gap demografico: e con simili provvedimenti da mancia elettorale si risolve il problema?
Lo sanno questi legislatori da strapazzo che una parte rilevantissima di professionisti e lavoratori autonomi (quindi partite IVA, quindi evasori fino a prova contraria) guadagnano meno di lavoratori subordinati agevolati da detta norma? E le risorse per coprire il fabbisogno dove si prendono? Basta aumentare qualche aliquota IVA, inventarsi qualche provvedimento di difficile osservanza, far chiudere i negozi dei piccoli commercianti; aumentare gli adempimenti, insomma addosso ai soliti noti: addosso alle partite IVA.

I parlamentari autori di questa ignobile e discriminatoria norma ora, in sede comunitaria, si sono già schierati per la deregolamentazione delle professioni escludendo con le tre parole di una insensata liberalizzazione (innovazione, sviluppo crescita)  le regole di una concorrenza ora disciplinata e consacrata ai fondamentali diritti civili, sociali (salute, difesa, libertà, sicurezza) cui aggiungiamo la tutela del lavoro e dei risparmi degli autonomi dalla rapina soprattutto fiscale.

Questa sorta di liberalizzazione la chiamano deregolamentazione. 

Uffico Stampa Assimpresa

 

 

 

 

 

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