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UNO SGUARDO DAL PONTE

«L’Italia non crescerà finché non cambia qualcosa in modo drastico».

Al termine di una giornata in cui il nostro Paese ha incassato la doppia batosta della revisione al ribasso delle previsioni del Fmi sul Pil e della richiesta di una manovra aggiuntiva da parte di Bruxelles abbiamo maturato idee chiare riguardo la gravita della situazione dell’economia italiana, riguardo le responsabilità politiche di Matteo Renzi e sulle possibili soluzioni, che passano in primo luogo dall’intervento dell’Esm (il Meccanismo europeo di stabilità) per risolvere il problema di Monte dei Paschi di Siena.

Ci spieghiamo per argomenti.

Renzi.

In un primo momento siamo stati portati a dar fiducia a Renzi. Ma l’uomo è stato dannosissimo per il Paese, perché si è giocato l’ultima chance per l’Italia di avere una persona seria al governo.

Gli è stato dato un credito enorme e gli europei hanno scommesso su di lui. Poi però non ha fatto quello che doveva fare e adesso gli arriva il conto. È una cosa annunciata: l’Italia per due anni o tre è riuscita a convincere la Commissione europea a chiudere un occhio, ma non si può andare avanti all’infinito.

Non c’è nulla di strano in tutto questo e non possiamo che rammaricarci con Matteo Renzi e le sue scelte di politica economica.

Non è una sorpresa. Le previsioni del Fmi sono delle simulazioni un po’ sciocche, che tendono a incorporare il passato: c’è ancora un po’ di memoria di crescita italiana e il modello continua ad assumere che ritorneremo a crescere. Poi con l’andare dell’anno si rendono conto che la crescita non ci sarà. Chi ci lavora sa che sarebbe successo così.

Tra falchi e colombe

La distinzione tra falchi e colombe è un’idea della stampa che ama inventare amici e nemici. In Italia ora siamo tutti abituati a prendercela con i tedeschi e con l’euro. In Europa sono tutti d’accordo perché un Paese che fa cialtronate da 15 anni, con una breve parentesi fallita anche quella per approssimazione e fretta, con il governo Monti, non può più avere credito a livello europeo.

Tutte le cose che stanno succedendo non sono sorprendenti, sono il segno di un Paese che continua a declinare economicamente, che è incastrato. Che non vuole fare quello che c’è da fare, si trastulla su follie, pensa che il problema sia l’Europa e l’euro. Questa cosa va avanti da troppi anni.

Renzi ha voluto fare il referendum, si è giocato tutto in una partita di poker, perché doveva prendere il potere. L’effetto è stato disastroso: ha non solo perso il referendum ma ha cercato di vincerlo e per questo evitato di fare politica economica per un anno e mezzo, ha buttato via soldi in regalie.

La cosa che mi dà fastidio è che purtroppo so che, se invece di Renzi ci fossero stati altri  per dire Salvini o Grillo avrebbero fatto altre cose, forse ancora più malamente.

C’è un problema culturale profondo: il popolo italiano vuole la luna nel pozzo.

Stretti dal prezzo politico degli errori da pagare

Si sa bene che le condizioni per i tagli non ci sono. In ogni caso è irrilevante: 3,4 miliardi sono nulla, in un Paese che ha un Pil di 1.500 miliardi.

Ma non è quello il punto. Il punto è che se siamo arrivati ai 3,4 miliardi di manovra richiesta è perché non c’è alcuna intenzione da alcuna parte politica di fare alcun intervento strutturale sul funzionamento dello Stato. Vediamo a quello che è successo con la scuola. La Buona Scuola è diventata una pagliacciata.

Noi dalla Commissione avremmo un credito infinito per sforare i vincoli di bilancio se mettessimo sul terreno un piano quinquennale di vera riforma dello Stato italiano. Ma vera, non una presa in giro.

Sia nelle revisioni al ribasso del Fmi sia nel declassamento di venerdì 13 del rating sull’Italia da parte di Dbrs si citano due fattori principali: l’instabilità politica e soprattutto il problema irrisolto dei crediti deteriorati nelle banche. Il governo ha creato il fondo da 20 miliardi. Ci si chiede se ci sia discontinuità rispetto al modello di intervento di Atlante o è un altro modo per non far togliere il potere sulle banche a chi lo ha già?

I soldi che stanno mettendo sono solo soldi politici e sono sprecati, sia chiaro. Servono a due obiettivi: in primo luogo a pagare chi abbia acquistato obbligazioni subordinate Mps e impedirgli che perda i soldi, per evitare un’insurrezione popolare e la perdita di voti. In secondo luogo ricapitalizzare evitando interventi esterni. Non abbiamo particolare simpatia per le imprese politiche di Corrado Passera, ma la sua proposta di entrata in Mps sembrava l’unico piano di investimenti industriali credibile. Ma siccome Passera non fa parte del club di chi deve controllare Mps non l’hanno nemmeno preso in considerazione. L’altra parte di quei 20 miliardi serve quindi per garantire che il controllo manageriale di Mps non scappi da dove non deve scappare.

Allora, ammettendo che siamo nei guai qual è l’alternativa?

L’alternativa, e l’abbiamo detto per anni, è fare il doloroso bail-in. Se ci sarà un problema politico di ingiustizia verso gli obbligazionisti truffati, li si potrà compensare a parte. Dopodiché bisogna ammettere che si è nei guai. Ammettere che abbiamo un sistema bancario agli sgoccioli, per insipienza e mancato governo da 20 anni a questa parte. Chiedere l’intervento dell’European Stability Mechanism (Esm) e fare di Monte dei Paschi quello che gli spagnoli hanno fatto di Bankia, che non a caso ha funzionato. A quel punto si risparmiano anche i 20 miliardi.

Ammettendo che la via spagnola resti la priorità, ci si chiede come sia possibile arrivarci

No, perché non sono pronti a pagare il prezzo politico, che è alto. Nella stessa Spagna c’è stato uno scontro pesantissimo su Bankia, perché il Partito Popolare voleva mantenerne il controllo politico. Poi vinse la Commissione e perse il Pp, che aveva fatto di Bankia una macchina clientelare.

Ci fu un prezzo politico: dovettero ammettere le truffe, ammettere che avevano venduto a migliaia di azionisti di minoranza azioni con prospetti falsi. Alcuni dirigenti finirono in galera. Ci sono insomma delle conseguenze a fare le cose bene. Nella misura in cui il sistema politico italiano queste conseguenze non è disposto a pagarle, continua a fare le cose in casa e a metterci 20 miliardi.

L’esempio spagnolo e quello greco

Al di là del prezzo politico, in termini di prezzo sociale in caso di intervento dell’Esm, cioè di una parte dell’ex Troika non ci sarebbe alcun prezzo sociale, che anzi sarebbe positivo. Ci sarebbe un guadagno sociale, perché se si fa un bail-in come si deve, si ristruttura la banca e si comincia a farla fruttare rapidamente. Bankia in otto mesi ha ricominciato a funzionare.

Quando si parla di Esm viene sempre in mente la Grecia. In Italia sarebbe diverso.

La Grecia grazie a dio è ancora lontana. In Grecia c’era stato un collasso gigantesco, erano uno Stato completamente fallito a un livello a cui noi non siamo ancora arrivati.

Il protezionismo

Intanto la nostra classe politica ha cominciato a parlare di protezionismo, soprattutto in chiave anti-francese relativamente a Mediaset e Unicredit e poi Generali. Lo ha fatto anche con voci autorevoli come quella del ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, che ha parlato di una rete di imprese e istituzioni nazionali da mettere in piedi come risposta a un nazionalismo protezionistico che rialza la testa nel mondo.

Sono le solite chiacchiere. Ammesso e non concesso che in giro per il mondo si faccia una politica industriale di successo controllata dallo Stato, se la si fa, si fa politica industriale.

In Italia c’è una patetica proposta di mantenimento del controllo parapolitico su alcune grandi aziende italiane. Si parla a sproposito di Mediaset come asset strategico. Leonardo Del Vecchio di Luxottica, che ha più di 80 anni, ha dato l’ennesima lezione alla classe politica italiana. Ha mostrato la differenza tra l’essere un capitalista, un imprenditore con gli attributi, ed essere un parassita monopolista legato alla politica come Berlusconi. Del Vecchio la fusione con i francesi l’ha fatta e vedrete che funzionerà.

Poi c’è il caso Alitalia

Alitalia va chiusa, va buttata alle ortiche, va sparso il sale sul grattacielo all’Eur. Siamo al terzo o quarto salvataggio. Che diventi Ryanair la compagnia nazionale. Sono chiacchiere per mantenere poteri acquisiti, come per Mediaset. Ora vogliono fare un favore a Berlusconi perché hanno bisogno dei suoi voti nel caso si vada a elezioni, quindi ricomincia l’amore tra Pd e Berlusconi.

Su Trump pensiamo a che sia il caso di fare un’apertura di credito

Siamo obbligati a dargli credito. Si sono sbagliati completamente la previsione sull’elettorato americano. È peggio di quel che si pensava. Da quello che si vede in giro, i suoi stessi elettori non sono contenti. Ma quello è un Paese con un sistema costituzionale solido e con regole che si rispettano. Lui governerà. Da quel che Trump sta annunciando, siamo tutti col paracadute in tasca.. Quest’uomo sembra pericolosissimo, da qualunque angolo la si guardi.

Davos: il Titanic della globalizzazione o il trampolino di lancio per la Cina come campione della globalizzazione

È complicato. La situazione cinese interna non è gradevole, perché Xi sta facendo un tentativo pesante di riduzione della corruzione, che però sta portando a un riaccentramento nel partito e alla chiusura di molti spazi di crescita. Sul piano diplomatico internazionale sono molto brillanti, hanno grande iniziativa e senz’altro occuperanno degli spazi. La Cina è un Paese però molto lontano dall’essere non solo democratico ma dall’avere un minimo di società aperta e non gerarchica. È un Paese ancora fortemente imperiale.

Un processo di globalizzazione che continui sotto l’egida cinese non sarebbe una cosa molto raccomandabile. Sarebbe la festa del crony capitalism e dei poteri che ci sono. Non è poi detto che gli Stati Uniti si ritraggano. Il grosso del mondo imprenditoriale di questo Paese ha solo da guadagnarci e ha capito quanto sia utile continuare il processo di globalizzazione.

Questo punto potrebbe essere quello in cui Trump finirà con l’essere messo all’angolo.

Nota del Direttore

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