Vacation 07

Francia, Libia e Tim… E’ il mercato libero! (Bellezza?)

C’è ormai un nuovo comandamento da aggiungere ai dieci dati a Mosè sul monte Sinai.
È una norma che grottesca, anche nella sua formulazione: non mettere in discussione il neoliberismo e soprattutto non toccare il libero mercato.
Ormai sono arrivati proprio a dieci gli anni della sofferenza, della crisi, della caduta drammatica e della ripresa stentata. E tu non ci puoi fare niente! Niente”. E’ il mercato libero!
Flavio Cattaneo se ne va da Telecom, che passa (guarda caso!) ai francesi con una liquidazione di 25 milioni di euro, che, a quanto si dice, aveva già concordato nel momento in cui accettava l’incarico. C’è solo qualche discussione di facciata e ben pochi si azzardano a entrare nel merito, che solamente un Adriano Olivetti o altri grandi banchieri italiani del passato giudicherebbero una vergogna.
Secondo la vulgata imbarazzata, anche di quelli che denunciano le diseguaglianze economiche e sociali di questo periodo storico, si tratterebbe di un “manager permetti” e quindi siamo di fronte al “mercato libero!”
Qualche anno fa, il supposto nuovo “mago” della finanza italiana, Alessandro Profumo, il personaggio che attaccò la vecchia Mediobanca, fu “invitato” a dimettersi da Unicredit per i risultati non proprio confortanti: la liquidazione, per il meccanismo delle famose stock options, arrivò a superare i 40 milioni di euro. Naturalmente, anche in quel caso, la sentenza fu scontata: “È il mercato libero!”.
La frase, di fatto, è ormai un logoro “passepartout” , che si adatta a vari personaggi e a un mondo dove non c’è mai stata una così grande concentrazione di ricchezza e, nel mondo occidentale, una così grande diseguaglianza sociale e di reddito tra alcuni ceti e i “pochi eletti”, quelli che abitano nel “fortino della ricchezza”.
Dopo il 2007, nell’Occidente del “mercato non si tocca”, arrivarono 30 milioni di disoccupati, si affacciarono nuove povertà che si ritenevano impensabili e si salvarono invece un imprecisato numero di banche per interventi statali (cioè dei cittadini contribuenti) con miliardi di dollari, di euro o di sterline.
Per averlo detto in un’Enciclica, anche il Papa è stato scambiato per un comunista.
Un dato americano del 2010, quello di una Commissione del Congresso, stabiliva che l’ammontare dei “titoli tossici” stampati disinvoltamente e in modo scriteriato dalla nuovo finanza “liberata” ammontava a dieci volte il Pil del mondo.
È un dato vecchio, che dovrebbe essere aggiornato, ma nessuno riesce ancora a sapere o solamente a immaginare quanti “derivati” (ormai solo autentiche scommesse) navighino a piede libero per il mondo e galleggino in banche famose, anche nelle celebrate centrali della finanza tedesca.
Si aggiunga, che in questo “marasma liberista”, spesso indecifrabile, volutamente indecifrabile, ci sono diversi tipi di tassazione, c’è un dumping vergognoso sui contratti di lavoro e sulla pressione fiscale.
Non è probabilmente un caso che il presidente della Commissione europea, Jean Claude Junker, sia un lussemburghese, famoso per essere un prestigiatore delle “manovre fiscali” e una sorta di “croupier” dei “paradisi delle tasse”. Ma nulla scalfisce il nuovo comandamento de “È il mercato libero!”
Siamo in una Unione europea, dove pare che lo sport preferito sia quello di “farsi le scarpe a vicenda”. La Germania, “dea osannata” dello spirito comunitario, viola palesemente gli accordi, dopo aver raggiunto un surplus commerciale che, solo alla fine del 2016, raggiungeva il 9,2 percento del suo pil, circa 255 miliardi di euro. Libera di peccare nel surplus commerciale, ma arcigna e rigorosa quando si tratta di flessibilità da concedere, quando deve bacchettare la politica della Bce e infine…quando deve mettere in ginocchio la Grecia. La Francia dell’enarca (gollista che esce dall’Ena) Emmanuel Macron rimedia, sempre alle spalle dell’Italia, ai disastri fatti in Libia dal “geniale” Nicolas Sarkozy.
Un’unica meta, un unico obiettivo: l’interesse della Total, la compagnia petrolifera transalpina.
Quindi le incursioni di ogni tipo contro industrie italiane (come è esattamente il caso Fincantieri?), in uno shopping irritante e poi “parole al vento”, con di fatto relativa presa in giro e durezza inusitata, sul problema dei migranti.
A questo desolante panorama, si aggiunga che i nuovi dati più confortanti del Fondo monetario internazionale, che ci riguardano da vicino, indicano una speranza, ma si è subito specificato che non incideranno per nulla sulla disoccupazione: restiamo a livelli spaventosi soprattutto su quella giovanile.
Eppure nel Paese, in questa Italia “repubblica dei pm fondata sui senza lavoro”, certuni non si vergognano ancora di parlare.
Intervengono i tecnici della spending review e spiegano dove bisognerebbe tagliare, dove occorre intervenire. Parlano di numeri con una facilità disarmante, come faceva Elsa Fornero e il “Monti in loden”, dimenticando forse che dietro a quei numeri ci sono persone in carne e ossa.
Ora, dette tutte queste cose, non vorremmo essere scambiati per dei nostalgici del “socialismo reale” e della pianificazione statale, perché già da giovani avevamo imparato il concetto di “programmazione democratica” a cui si ispiravano autentici riformisti, socialisti, liberal-socialisti, uomini come Giorgio Amendola e Ugo La Malfa.
Siamo anche consapevoli che di fronte alla complessità dell’economia e della finanza attuali, i rimedi di stampo keynesiano potrebbero essere superati, inattuali e forse persino inattuabili.

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